Categoria: Salute e Benessere

Senti il suono che fa questa gif? Perché 7 per persone su 10 ci riescono

Tre persone su quattro indicano che riescono a sentire il suono di una curiosa gif animata nella quale un allegro traliccio è impegnato nel salto della corda, come il più allenato dei Rocky Balboa. Non ci sarebbe nulla di strano se l’animazione fosse effettivamente accompagnata da un suono, ma come ben sappiamo le gif sono del tutto prive del segnale audio. In altri termini, sono “mute”. Allora perché la maggior parte delle persone riesce a sentire questo suono? La scienza ha una risposta: in parole semplici, il nostro cervello ha la capacità ricodificare i segnali visivi come suoni, e quando un suono viene rappresentato visivamente è possibile che esso si “materializzi” in modo subliminale. Innanzitutto ecco a voi la gif.

Riuscite a sentire anche voi i tonfi prodotti dai pesanti rimbalzi del traliccio metallico? Bene, siete in ottima compagnia. Questa animazione non è nuova e ciclicamente torna virale sulla rete, creando stupore – e qualche volta un senso di inquietudine – in chi riesce a percepire il suono inesistente. Recentemente è arrivata alla ricercatrice Lisa Debruine dell’Università di Glasgow, che ha deciso di creare un sondaggio su Twitter per verificare le reazioni dei suoi follower. Circa il 75 percento ha dichiarato di sentire un rumore sordo, come quello di un tonfo, mentre un 4 percento ha indicato di sentire qualcosa che non sa definire.

Naturalmente quella del traliccio non è l’unica gif di questo genere, e un’altra che riesce a suscitare una sensazione simile è quella di Tigro (un personaggio di Winnie the Pooh) che dipinge strisce nere sull’asino di pezza Hi-Ho. Anche in questo caso alcuni riescono a sentire i balzelli di Tigro, ma in percentuale significativamente minore rispetto a quelli del pesante traliccio. L’immagine condivisa dalla dottoressa Debruine riuscirebbe a “ingannare” più efficacemente il nostro cervello a causa del tremolio applicato alla telecamera, che rende la rappresentazione visiva ancor più realistica.

Il cosiddetto “Effetto McGurk-MacDonald” si basa su un principio analogo, nel quale il cervello viene indotto a sentire cose diverse da quelle effettivamente prodotte a causa delle informazioni visive percepite. Ad esempio, osservando la bocca di una persona che pronuncia il fonema “ga” ma il suono ascoltato è “ba”, è molto probabile che il cervello percepisca un “da”, a causa dell’interazione tra l’informazione visiva e quella uditiva.

All’inizio dell’anno un team di ricerca del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Londra ha dimostrato che in alcuni esperimenti i partecipanti potevano ascoltare un suono accompagnato a lampi e flash completamente silenziosi, un altro esempio dell’influenza della vista sull’udito. La cosiddetta sinestesia è legata proprio alla percezione di uno stimolo proveniente da un senso che induce un’esperienza “automatica” in un altro senso, pur non essendo coinvolto direttamente. Insomma, se anche voi avete sentito i rimbalzi del traliccio, è del tutto normale.

Fonte: Senti il suono che fa questa gif? Perché 7 per persone su 10 ci riescono

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Il segreto dell’intelligenza finalmente svelato dalla scienza

Le persone intelligenti hanno un cervello ‘cablato’ in maniera più efficiente, nelle quali il flusso e lo scambio di informazioni tra le varie regioni cerebrali è più o meno fitto in base alle aree prese in considerazione. In altri termini, l’intelligenza, definita (non ufficialmente) come l’insieme delle facoltà emotive, cognitive e comportamentali che ci aiutano ad avere “successo”, non dipenderebbe dalle differenze fisiche tra le regioni cerebrali, ma dal modo in cui esse comunicano. Lo ha determinato un team di ricercatori del Dipartimento di Psicologia dell’Università Goethe di Francoforte, Germania, che attraverso una serie di risonanze magnetiche funzionali (fMRI) ha voluto indagare sulle basi neurobiologiche dell’intelligenza in circa 300 persone.

I ricercatori, coordinati dalle professoresse Kirsten Hilger e Ulrike Basten, già in precedenti studi avevano individuato alcune regioni del cervello il cui grado di attivazione si riflette sull’intelligenza di una persona. Fra esse vi è la corteccia prefrontale, la parte anteriore del lobo frontale del cervello. Nelle ultime indagini hanno invece dimostrato che, nelle persone più intelligenti, le regioni strettamente connesse alla funzione cognitiva e all’elaborazione delle informazioni importanti, ovvero la corteccia cingolata anteriore e l’insula anteriore, comunicano in maniera più efficiente. Allo stesso modo, nei soggetti intelligenti l’area che congiunge la corteccia temporale e quella parietale, quella che in pratica non ci fa distrarre dalle informazioni irrilevanti, è sensibilmente meno connessa al resto della rete cerebrale.

Credit: Goethe Universityin foto: Credit: Goethe University

In parole semplici, per gli studiosi tedeschi il cervello è una sorta di struttura modulare, simile a un social network con diverse sottoreti (amici, cerchie, familiari e così via) dove i singoli membri sono più o meno interconnessi fra loro. Nelle persone intelligenti determinati canali di comunicazione sono privilegiati e permettono di scambiare le informazioni importanti in modo più rapido ed efficiente. Di concerto, hanno reti meno connesse che le proteggono da input “distraenti e irrilevanti”, come ha sottolineato la professoressa Basten. “È possibile che a causa delle predisposizioni biologiche, alcuni individui sviluppino reti cerebrali che favoriscono comportamenti intelligenti o compiti cognitivi più impegnativi. Tuttavia, è altrettanto probabile che l’uso frequente del cervello per compiti di sfida cognitiva possa influenzare positivamente lo sviluppo delle reti cerebrali. Tenendo presente ciò che sappiamo sull’intelligenza, sembra molto probabile che si tratti di un’interazione di entrambi i processi”, ha concluso la ricercatrice. I dettagli dell’affascinante studio sono stati pubblicati sulla rivista Scientific Reports.

[Credit: jarmoluk]

Fonte: Il segreto dell’intelligenza finalmente svelato dalla scienza

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Se usi spesso queste parole, allora sei molto stressato: prenditi una pausa

Quando siamo stressati utilizziamo più avverbi e parliamo di meno, inoltre attiviamo il nostro sistema immunitario. Questo è quanto hanno scoperto i ricercatori della Carnegie Mellon University che sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences hanno pubblicato lo studio intitolato “Natural language indicators of differential gene regulation in the human immune system” attraverso il quale ci spiegano gli effetti dello stress sulla nostra vita.

Lo studio. Per giungere alle loro conclusioni, i ricercatori hanno registrato le conversazioni di 143 adulti per due giorni e ne hanno analizzato il linguaggio utilizzato e le parole più frequenti, associando il tutto alle esperienze vissute nel momento in cui parlavano.

Parole e stress. Dai dati raccolti raccolti è emerso un utilizzo particolare delle parole ‘funzionali’, quindi i pronomi e gli aggettivi che da soli non hanno un vero e proprio significato, ma che servono per chiarire ciò di cui si sta parlando: secondo i ricercatori tendiamo ad inserirle di più nei nostri discorsi subito dopo aver vissuto un’esperienza stressante. E non è tutto. Le persone più stressate tendono a parlare meno e utilizzare di più gli avverbi come ‘veramente’ e ‘incredibilmente’.

Avversi emotivi. Avverbi come ‘veramente’ e ‘incredibilmente’ sono da considerarsi secondo i ricercatori degli ‘intensificatori di emozioni’: questo significa che li utilizziamo quando siamo particolarmente eccitati (positivamente o negativamente). Inoltre, i ricercatori hanno scoperto che quando siamo sotto stress ci ‘dimentichiamo’ della terza persona plurale (loro): questo perché quando viviamo situazioni di crisi tendiamo a concentrarci più su noi stessi, dimenticandoci del resto del mondo.

Linguaggio e sistema immunitario. Oltre ad aver scoperto come parliamo quando siamo stressati, gli esperti hanno anche individuato alcuni cambiamenti nell’espressione genetica in condizioni di tensione. Dalle analisi dei globuli bianchi di 50 geni conosciuti per essere influenzati dalle situazioni complicate, è emerso che l’utilizzo di parole ‘funzionali’ è in grado di predire gli effetti sull’espressione genetica e dirci se siamo stressati meglio di quanto potremmo fare da soli.

Conclusioni. Quanto scoperto potrebbe in futuri permette di identificare le persone che rischiano di sviluppare malattie collegate con lo stress.

Fonte: Se usi spesso queste parole, allora sei molto stressato: prenditi una pausa

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Hai ansia e ti senti insicuro? Smetti di chiedere sempre aiuto ai tuoi amici

Chiedere sempre aiuto agli amici rende più ansiosi e ci fa sentire insicuri. Questo è ciò che sostiene la psicologa Danielle Einstein su The Conversation che ci spiega come mai le applicazioni di messaggistica che tutti noi utilizziamo con lo smartphone siano in un certo senso un pericolo per la nostra autostima. Ma andiamo per punti.

Caro amico ti scrivo. Al giorno d’oggi siamo abituati ad essere in costante contatto con le persone con cui siamo amiche, con la nostra famiglia e con i fidanzati o le fidanzate, così come il nostro presente è caratterizzato dalla condivisione quasi istantanea di ciò che facciamo attraverso i social network: questa continua connessione con il mondo (se così possiamo chiamarlo) implica spesso che quando ci succede qualcosa sentiamo il bisogno di dirlo, ad esempio se viviamo un momento di sconforto o una difficoltà istintivamente chiediamo aiuto alle persone a cui siamo più legate nella speranza di ottenere da loro conforto o una soluzione al nostro problema. Il telefono è diventato insomma una specie di mezzo con cui raggiungere chi può ‘salvarci’ dalla difficoltà: questo però non ha sempre effetti positivi sul nostro cervello.

Sconforto e resilienza. La psicologa Einstein spiega infatti che se queste richieste d’aiuto istintive via messaggi nell’immediato sembrano esserci utili, nel breve periodo incrementano in realtà il nostro stato d’ansia: come è possibile? Chiedere aiuto prima di provare a risolvere i problemi da soli ci fa concentrare troppo sulla difficoltà che dobbiamo affrontare ingigantendola e fa ‘sentire in colpa’ quando ci rendiamo conto che avremmo potuto aiutarci da soli accrescendo la nostra resilienza.

L’incertezza fa bene alla salute mentale. L’incertezza, i problemi, le difficoltà sono ciò che permettono alle persone di mettersi alla prova: il senso di soddisfazione che si prova quando si riesce da soli ad uscire da una situazione complicata è infatti quello che accresce l’autostima e la sicurezza. L’utilizzo ‘compulsivo’ (se così possiamo definirlo) del telefono ci impedisce in un certo senso di affrontare le questioni e rimette nelle mani di altri la soluzione: la psicologa spiega che invece proprio quando sentiamo la necessità di condividere con qualcuno un problema dovremmo fermarci e riflettere se questo davvero così grave da richiedere l’immediato intervento di un amico, così facendo riusciamo a distinguere ciò per cui ha senso chiedere aiuto e ciò che invece possiamo affrontare da soli. Questo non significa che non bisogna chiedere il sostegno degli amici, ma semmai che dobbiamo imparare quando sia il caso e quando invece ‘chi fa da sé fa per tre’.

Fonte: Hai ansia e ti senti insicuro? Smetti di chiedere sempre aiuto ai tuoi amici

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Sul mercato sono arrivati dei nuovi alleati per la postura corretta di chi vive in ufficio otto ore al giorno. Si tratta delle scrivanie elettriche per ufficio, utili perché si adattano alla persona che li ci lavora (e quindi non è più la persona che deve adattarsi alla scrivania) e perché lo fanno in maniera rapida, anche più volte al giorno.

Sappiamo che esistono dei piccoli accorgimenti da seguire per salvare la nostra schiena. Come ad esempio la regola dei 90 gradi, ergo testa allineata al collo e muscolatura del collo non in tensione; spalle che devono essere il più rilassate possibile e braccia appoggiata ai braccioli o alla scrivania in modo tale che il gomito formi un angolo di 90 gradi. Le gambe non dovrebbero essere accavallate e la schiena dovrebbe seguire le curve fisiologiche della colonna con l’osso sacro ben appoggiato allo schienale della sedia.

Tecnologia pratica ed ergonomica per le scrivanie per ufficio

Abbiamo sempre pensato che fosse la sedia per ufficio a fare la differenza, oltre alla nostra postura. Oggi invece la differenza la possono fare anche le scrivanie. Come? Con nuovi meccanismi meccanici o elettronici che permettono di alzare o abbassare la scrivania per adattarsi nel miglior modo possibile a chi quella scrivania la vive tutti i giorni. La scrivania dovrebbe essere alta circa 80 cm e la cosa ideale sarebbe fare dai 2 ai 4 cambi di posizione all’ora, stando anche in piedi non più di 20 minuti.

Stare in piedi in ufficio infatti sarebbe un toccasana per la schiena e non solo. Chi lavora in piedi davanti a una scrivania infatti sarebbe più energico e più produttivo, almeno stando agli studiosi del British Journal of Sports Medicine per cui bisognerebbe lavorare al computer anche stando in piedi.

Le standing desk non sono altro che un piano di lavoro con mouse e tastiera, mediamente da terra a 130 cm, con tastiera rialzata e inclinata di 15° e lo schermo all’altezza degli occhi in modo che la testa di chi lavora stia in asse non si pieghi in avanti. Scrivanie che possono alzarsi o abbassarsi nell’arco della giornata grazie a comandi meccanici o elettronici.

Gli standing desk potrebbero diventare effettivamente il modus operandi del futuro per tutti: in Scandinavia, secondo una stima, il 90 per cento dei colletti bianchi hanno accesso a postazioni di questo tipo. Ma nel Regno Unito ne dispone per ora soltanto l’1 per cento dei lavoratori e in altri paesi occidentali la percentuale è ancora più bassa

 

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Il misuratore di pressione, detto anche sfigmomanometro, è uno strumento finalizzato a misurare la pressione in casa. Sempre più persone fanno ricorso al misuratore di pressione per tenere sotto controllo la circolazione del sangue. L’alternativa è recarsi presso una farmacia o il proprio medico di base, ma questo non è sempre possibile soprattutto per le persone anziane o per chi ha difficoltà di movimento. Esistono sul mercato diverse tipologie di misuratori di pressione, alcuni manuali ed altri digitali, adatti alle esigenze ed alle necessità di ogni utente. Bisogna quindi tener conto anche delle caratteristiche e delle modalità di funzionamento di questo utile articolo.

Come scegliere il miglior misuratore di pressione? Innanzitutto è opportuno capirne il funzionamento. Il misuratore di pressione serve per monitorare la pressione sanguigna, calcolando la forza di sangue nel cuore, dove la pressione è più alta. La pressione arteriosa viene quindi controllata mediante lo sfigmomanometro, che indica i valori di minima e di massima. Ipertensione o pressione alta sono patologie che possono provocare infarti o ictus, quindi è bene tenerle sempre sotto controllo abbinando uno stile di vita sano ed un’alimentazione equilibrata e salutare. Al momento della misurazione è opportuno misurare la conferenza del braccio o del polso, in modo da ottenere una misurazione precisa. Per essere sicuri della buona qualità del prodotto bisogna controllare che abbia la certificazione EHS, rilasciata dalla Società Europea dell’Ipertensione.

Per il corretto utilizzo del misuratore di pressione è opportuno tenere a mente alcuni utili consigli. Per accertarsi del funzionamento dell’articolo bisogna confrontarlo annualmente con i valori di un apparecchio professionale, recandosi in farmacia o presso uno studio medico. Il misuratore di pressione contiene diversi componenti elettronici, quindi potrebbe essere molto sensibile ad interferenze da parte di altri strumenti come telefonini, forni a microonde, tablet, ecc. Per questo motivo è opportuno eseguire l’operazione in una stanza che sia priva di qualsiasi altro dispositivo elettronico, in modo da poter garantire il corretto funzionamento del misuratore di pressione.

In alcuni casi il misuratore di pressione, se non utilizzato in maniera corretta, potrebbe dare dei valori sfalsati. Per questo motivo è consigliabile effettuare due misurazioni a distanza di 5 minuti, e se i valori sono vicini sarà sufficiente effettuare una media. Per evitare di ottenere valori sballati, prima di sottoporsi alla misurazione della pressione è opportuno non assumere caffè o tè, che potrebbero alterare i valori corporei. Il prezzo del misuratore di pressione può oscillare da 20 a 100 euro, e varia in base alle sue funzionalità ed alle opzioni aggiuntive.

 

 

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Quando si sente parlare di dieta vegetariana, la paura più diffusa è che, eliminando la carne, la dieta non sia equilibrata e non abbia il corretto apporto di proteine e di ferro. In realtà si tratta di una paura infondata, dal momento che una dieta vegetariana equilibrata apporta la giusta quantità di tutti i nutrienti.
La prima regola, come in qualsiasi altra dieta, è quella di variare i cibi il più possibile.
Se si è deciso di cambiare il proprio stile alimentare e di diventare vegetariani, per prima cosa è fondamentale evitare le tentazioni. Siccome non si tratta di una scelta semplice e immediata, bisogna evitare di andare dal macellaio, cercare il più possibile di non entrare in contatto con carne e alimenti simili, evitando anche di comprare carne e pesce per altre persone.
La motivazione per avere successo è importante: perché si vuole diventare vegetariani? Solo credendo in se stessi e avendo sempre ben presenti le proprie motivazioni è possibile riuscire a portare avanti questa scelta.
Non per tutti le soluzioni drastiche sono quelle vincenti. Per alcuni il corpo ha bisogno di abituarsi a un nuovo regime alimentare. In questi casi bisogna pianificare la propria dieta, cominciando con il diminuire le quantità di carne, per arrivare con il tempo a eliminarla completamente.
L’assistenza di un esperto nutrizionista come www.dietologafalcieri.it può aiutare a stabilire un piano d’azione che si adatti alle nostre esigenze senza il rischio di superare limiti o di mancare obiettivi.
Quali alimenti non devono mai mancare in una dieta vegetariana?
Innanzitutto frutta e verdura , quest’ultima è meglio consumarla cruda, perché conserva i minerali, che vanno invece persi nella cottura.
Inoltre devono esserci ogni giorno legumi e cereali integrali: pane e pasta integrali, fagioli e lenticchie, ma anche quinoa, orzo, cous cous, per avere varietà.
Le proteine che di solito vengono ingerite con la carne devono essere compensate con proteine di origine vegetale, per questo i legumi sono importanti. La soia è un alimento che non può mancare in una dieta vegetariana: da sola contiene lo stesso apporto proteico della carne.
La frutta da sola non contiene tutte le vitamine necessarie, in particolare la B12 non è presente nella frutta. Come fare? Semplice: i latticini e le uova assunti settimanalmente permettono di integrare la vitamina nella propria alimentazione.
Anche il ferro è un componente importante e in una dieta vegetariana si trova in lenticchie, fagioli secchi, cicoria, spinaci, e frutta secca come fichi, mandorle e arachidi. In pochi, inoltre, sanno che il cacao amaro è l’alimento vegetale che contiene la maggior quantità di ferro.
Bisogna ricordarsi anche che l’assorbimento di ferro è agevolato dalla vitamina c, ma è inibito dal calcio e dai tannini.
Infine ecco due alimenti che non possono mancare in una dieta vegetariana, perché contengono moltissimi nutrienti fondamentali: il tofu e le alghe.

 

 

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Se stai seguendo un programma per la perdita di peso, è importante conoscere l’utilità delle fibre nell’ambito del dimagrimento. Mangiando fibra alimentare infatti il percorso di riduzione del grasso risulta più rapido e meno stressante, grazie ad un maggiore senso di sazietà che agevola il raggiungimento o la conservazione del tuo peso ideale.

Chi consuma cibi crudi e integrali, poco lavorati e preferibilmente insieme alla buccia, ha la capacità di tornare in forma più rapidamente anche nel caso in cui dovesse prendere qualche chilo.

Le fibre quindi sono un ‘ingrediente’ assolutamente da non sottovalutare nell’ambito di una dieta dimagrante: ma dove si possono trovare? Ogni vegetale contiene una parte di fibre che sono composte da una frazione insolubile che ha il compito di ripulire l’intestino in profondità e una frazione solubile che assume la consistenza del gel in presenza di acqua e migliora il metabolismo dei grassi e degli zuccheri, evitando accumuli.

Fibre e dieta dimagrante: meno appetito e perdi peso più facilmente

In natura qualsiasi fibra alimentare naturale presenta entrambe le parti descritte, anche se alcuni cibi hanno una preponderanza dell’una o dell’altra frazione. La crusca ad esempio contiene prevalentemente fibre insolubili mentre le mele contengono soprattutto fibre solubili.
Le fibre insolubili vanno consumate con moderazione in caso di problemi al colon o se il proprio intestino è già sufficientemente reattivo.

Una volta che vengono ingerite, le fibre si mescolano ai succhi gastrici e all’acqua: successivamente iniziano ad aumentare di volume formando un bolo che tende a favorire il senso di sazietà espandendosi all’interno dello stomaco. Da qui il bolo raggiunge l’intestino e grazie alla sua composizione il transito risulta veloce, consentendo un minore assorbimento dei carboidrati e dei grassi. Se il nostro organismo assorbe quindi meno zuccheri, si riduce la spinta insulinica diminuendo anche l’accumulo del grasso determinando dal surplus di glucosio e lipidi che il corpo non riesce a smaltire in una troppo breve unità di tempo.

Quando le fibre fermentano nel colon producendo gas, acqua e acidi organici, favoriscono la salute della mucosa intestinale evitando il ristagno di tossine che potrebbero causare gonfiori e stitichezza.

I nutrizionisti sono d’accordo nel sostenere che siano sufficienti ogni giorno 35 grammi di fibre per la salute del proprio intestino e il raggiungimento del peso forma. Tuttavia tali fibre vanno assunte insieme a molti liquidi, almeno 1 litro e mezzo al giorno di acqua: in questo modo le molecole fibrose possono aumentare di volume e contrastare la fame, la stipsi e il sovrappeso.

Salute intestinale, fibre e dieta dimagrante: anche se pratichi sport

Se vuoi assumere più fibre dalla tua dieta, prediligi alimenti biologici in maniera da poterli consumare con la buccia in totale sicurezza. La buccia infatti è la parte più ricca di fibre e se i prodotti hanno subito pochi trattamenti, risultano di più semplice assimilazione. I cibi integrali, soprattutto i cereali, si riconoscono facilmente dal colore più scuro legato all’assenza di processi di raffinazione.

In aggiunta puoi valutare anche l’assunzione di un integratore di fibre specifico: alcuni prodotti contengono oltre alle fibre anche enzimi digestivi per rinforzare la capacità del tratto digerente, grazie ad estratti vegetali attivi come la bromelina e la papaina. La sinergia tra enzimi digestivi vegetali e fibre alimentari consente di favorire la digestione evitando i fastidiosi sintomi di gonfiore e stitichezza, contenendo l’appetito e favorendo il dimagrimento e la definizione muscolare. Si tratta quindi di prodotti particolarmente adatti non solo a chi si è messo a dieta ma anche a chi pratica sport con regolarità.

 

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Le mamme di tutto il mondo parlano la stessa lingua: il maternese. Svelati i suoi segreti

Quando le mamme parlano ai bambini piccoli il timbro della loro voce cambia in un modo unico, che è indipendente dalla lingua d’origine. È una nuova caratteristica del cosiddetto Baby Talk, in italiano conosciuto anche col termine di maternese o madrese: è il metodo peculiare con cui i genitori – ma in generale tutti gli adulti – si rivolgono ai bambini piccoli, in particolar modo ai neonati. In linea di principio il Baby Talk prevede un’intonazione ben scandita, frasi brevi e una semplificazione del lessico e della sintattica, il tutto per favorire l’acquisizione del linguaggio al bambino, sebbene non esista alcuna prova scientifica che tale processo agevoli l’apprendimento del piccolo.

Studiando gli effetti e le sonorità del Baby Talk, i ricercatori del Baby Lab presso l’Università Princeton hanno voluto capire se tutte le madri allineano la propria voce in un modo specifico senza rendersene conto, determinando che è proprio il timbro – una sorta di ‘impronta digitale’ della voce – a variare in un modo specifico. “Noi usiamo il timbro, il tono o la qualità unica di un suono per distinguere costantemente persone, animali e strumenti”, ha sottolineato la dottoressa Elise Piazza, autrice principale della ricerca. “Abbiamo scoperto che le madri alterano questa qualità di base delle loro voci quando parlano ai neonati e lo fanno in modo molto coerente in molte lingue diverse”, ha aggiunto la studiosa.

Per determinarlo Piazza e colleghi hanno innanzitutto coinvolto 12 madri di lingua inglese, e dopo averle registrate durante conversazioni con i loro figli piccoli (dai 7 ai 12 mesi) e che con gli adulti ne hanno ottenuto una misura specifica del timbro. La sua variazione tra i due modi di parlare è così netta che un computer riesce a determinare con esattezza se ci si sta rivolgendo a un bambino piccolo o meno, anche per un solo secondo all’interno di una lunga conversazione. Partendo da questo dato gli studiosi hanno voluto capire se questa variazione del timbro avviene indipendentemente dalla lingua, così hanno coinvolto altre 12 madri, tutte di lingua diversa. Fra esse francesi, tedesche, cinesi, russe, polacche e via discorrendo.

Dall’analisi al computer è emerso che la variazione del timbro era presente in ogni lingua, inoltre il dato era perfettamente allineato con quello ottenuto dalle madri di lingua inglese. L’algoritmo al computer, ‘addestrato’ in inglese, era infatti perfettamente in grado di distinguere la variazione specifica del Baby Talk anche nelle altre lingue. Insomma, tutte le mamme del mondo si rivolgono ai propri figli con lo stesso timbro di voce, e molto probabilmente, spiegano i ricercatori, ciò avviene anche per i papà. I dettagli dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Cell.

[Credit Neildodhia]

Fonte: Le mamme di tutto il mondo parlano la stessa lingua: il maternese. Svelati i suoi segreti

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Perdere 10 kg in meno di un mese

Haylie Pomroy questo il nome dell’ideatore della dieta definita del “Supermetabolismo”.

Ma cos’è il supermetabolismo?

Come si fa questa dieta?

Garantisce i risultati che diffonde e promuove?

Che rischi ci sono per l’organismo?

Come effettuarla?

Queste sono alcune delle domande che possono sorgere nella mente di coloro che sono incuriositi da una dieta che promette di far perdere 10 kg in meno di un mese.

Il fondamento della Dieta Supermetabolista

Nella sostanza questa dieta agisce come brucia grassi degli alimenti assunti.

Alcune specifiche che riguardano la dieta in questione sono:

  • La suddivisione in tre fasi della dieta stessa
  • Aiuto nell’accellerazione del metabolismo
  • Aiuto nel far perdere peso in minor tempo

La soglia è quella della perdita di 10 kg in poco meno di un mese, ovvero quasi 4 settimane, a seguire verrà illustrato un menù tipico di questa dieta ma non solo.

I benefici di questa Dieta

Quando si parla di benefici di un regime alimentare, viene subito in mente la riduzione della massa grassa, questo certamente viene confermato dalla dieta del Supermetabolismo, ma a tale risultato si aggiunge anche quello di una riduzione considerevole dei livelli di colesterolo cattivo (LDL) e anche un consolidamento del tasso glicemico.

Probabilmente sono queste le ragioni che hanno portato anche personaggi sportivi di un certo livello, a scegliere questo regime alimentare.

Come annunciato in precedenza a seguire riportiamo lo schema di questa dieta:

NOTE:

  • La dieta del Supermetabolismo ha durata complessiva di 28 giorni
  • La dieta del Supermetabolismo è divisa in tre fasi, alternate in 2 o al massimo 3 giorni
  • Tutte le fasi prevedono l’impiego di cibi diversi
  • La dieta si accompagna ad una costante attività fisica
  • Occorre effettuare invece che tre o quattro pasti al giorno, cinque e almeno ogni 3 o 4 ore.
  • Colazione entro 30 minuti da quando ci si alza dal letto la mattina
  • I cibi devono essere Biologici
  • Occorre bere almeno 30 cl di acqua per ogni chilo di peso che si ha
  • Accompagnare la dieta all’esercizio fisico che andrà svolto almeno tre giorni a settimana
  • Rispettare le tre fasi della dieta

Menù completo

1a Fase della Dieta:

Lunedì e Martedì i giorni della settimana in cui seguire questa prima fase, in questi giorni mangerete frutta, verdura, proteine e cereali.

Per la colazione occorrerà una porzione di cereali e frutta.

Poi ci saranno gli altri due pasti di 5 che saranno fatti di spuntini a base di frutta

Il pranzo e la cena verranno svolte con una porzione di cereali, una di proteine e molte verdure.

2a Fase della Dieta:

Questa fase riguarda i giorni di Mercoledì e Giovedì. In questi giorni cucinerete alle griglia verdure e assumerete proteine. Anche la cottura lessa o in umido si addice a questa fase.

Per la colazione e gli spuntini delle omelette di albumi vanno benissimo.

Il pranzo e la cena saranno svolte con carni bianche e magre e verdure grigliate.

3a Fase della Dieta:

I restanti tre giorni saranno quelli della terza fase di questa dieta.

In questa fase dovrete integrare i cibi grassi, cosa che fino al week end era mancata. Ovviamente si parla sempre di alimenti sani e non di junk food.

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