Niente Ansia! A cura di Ilaria Sarmiento psicologo a Firenze

Niente Ansia! A cura di Ilaria Sarmiento psicologo a Firenze

Ancora oggi le vittime di violenza sessuale percepiscono la condanna sociale se quello che hanno vissuto era inserito in un contesto non stereotipico dello stupro.

Lo psicologo scolastico può occuparsi anche di diffondere la corretta percezione di violenza sessuale ne parla Ilaria Sarmiento psicologo Firenze. Il modo in cui percepiamo e reagiamo a casi simili di violenza sessuale, è uno specchio importante del modo in cui concepiamo le relazioni, i comportamenti e le interazioni uomo-donna.

Nel 1997/98, l’Istat ha condotto la prima grande indagine sulla sicurezza dei cittadini. E’ emerso che 714.000 donne hanno subito uno stupro o un tentato stupro nell’arco della vita, 185.000 quelle che lo hanno subito nei tre anni precedenti l’indagine. Di quest’ultimi solo l’1,3% dei tentati stupri e il 32% degli stupri è stato denunciato: sono 174.000 le donne che hanno subito un tentato stupro e 14.000 quelle che hanno subito uno stupro senza sporgere denuncia. Delle donne che hanno subito una violenza sessuale nel corso della vita, il 93,2% delle tentate violenze e l’82% degli stupri, non sono stati denunciati.

L’indagine Istat rivela come i casi di violenza sessuale “reali” siano ben lontani dal nostro stereotipo: solo il 22,6% delle tentate violenze sessuali e il 18% degli stupri è ad opera di estranei; solo il 20,9% dei tentati stupri e l’11,6% delle violenze sessuali avviene per strada.

La maggior parte degli stupri avviene nella propria casa o in quella di amici o conoscenti; la maggior parte degli stupratori sono amici, conoscenti, fidanzati, parenti o colleghi di lavoro.

Solo il 4% delle violenze sessuali da parte di conoscenti è stato denunciato.

Il vissuto di una donna stuprata non cambia mai. Non cambia la sensazione di incredulità, sporcizia, colpa, vergogna, umiliazione, rabbia, perdita di controllo e disperazione. Cambiano le leggi, di quando in quando timide, inesorabili, sbadate, incerte, crudeli, lascive. A volte giuste: cambiano le lenti che usiamo per guardare questo fenomeno ma, profondamente, non cambia il modo di percepirlo.

Se pensiamo ad uno stupro, ci appare l’immagine di una donna sola, uno sconosciuto in agguato, l’aggressione, la minaccia di un’arma, una lotta impari, estenuante. Fino al soccombere della vittima, il suo trauma, la sua identità violata.

Questo è il nostro stereotipo di stupro, quello che la letteratura americana ha definito il “rape myth” (es. M. Koss, 1982), il mito sullo stupro, il nostro prototipo di un caso di violenza carnale: l’esemplare perfetto.

Rabbrividiamo, proviamo disgusto, pietà, amarezza, invochiamo giustizia, leggi più severe.

Una donna si reca ad una festa con degli amici, nel corso della serata tutti consumano molti alcolici, balla con un amico, lo bacia, poi decide di lasciare la festa perché ha esagerato con l’alcol. Si fa accompagnare a casa, scopre di aver perso le chiavi, l’“amico” si offre di ospitarla. Lei accetta. Una volta a casa si distende sul letto, è esausta e stordita per l’esagerato consumo alcolico. Lui la bacia, lei ricambia. Lui si spinge oltre, lei lo respinge. Lui insiste, prosegue nel suo intento. Lei cerca di divincolarsi, stenta a comprendere ciò che sta succedendo. Vuole che tutto finisca, lo dice, ma lui non smette.

Rabbrividiamo? Proviamo disgusto? Pietà? Amarezza? Invochiamo giustizia? Leggi più severe? “Se l’è cercata”, forse lui non si è comportato nel migliore dei modi, ma lei doveva aspettarselo: non possiamo, in questo caso, parlare di “vero stupro”, al massimo è una situazione sfuggita al controllo delle parti, lui ha giocato il suo ruolo, lei ha permesso che la situazione degenerasse.

Ancor oggi, un processo per violenza sessuale è difficile, di esito incerto, ha tempi lunghissimi: è prevalentemente un reato senza testimoni.

Se non rispecchia lo stereotipo, la vittima stessa a volte non sa se definire "stupro" quello che ha vissuto e a livello sociale può non sentirsi sinceramente supportata.

E' importante quindi rendere consapevoli e scardinare gli stereotipi sociali dei ruoli di genere implicati nello specifico della violenza sessuale. "Miti" che  sono prevalentemente il pedaggio che dobbiamo pagare per un patrimonio culturale arcaico, che ci tramanda l’immagine di una donna su cui ricade la responsabilità di arginare l’inesorabile irruenza del maschio “predatore”.

All'interno del contesto scolastico lo psicologo può essere importante anche per questo, per aiutare a combattere gli stereotipi culturali.

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